The king of cool

C’era un bambino che dormiva spesso con la finestra aperta, non per sentire il vento, ma per sentire se tornava suo padre. Quel bambino si chiamava Steve McQueen, e crebbe con il vuoto nell’anima, figlio di un padre assente e di una madre instabile. I giorni della sua giovinezza furono un misto di silenzio, scappatelle, riformatori e solitudine. Ma poi, una scintilla: un motore acceso. Scoprì che tra polvere e metallo, su due ruote o dietro un volante, riusciva a respirare. Era il solo posto dove il mondo taceva e lui trovava pace. Non parlava molto, ma sapeva farsi capire correndo, saltando ostacoli, sfidando la morte con uno sguardo calmo. Diventò attore quasi per caso. Ma davanti alla cinepresa, Steve non recitava: viveva, ogni gesto era vero. Da The Great Escape a Bullitt, il pubblico vedeva qualcosa che non si poteva fingere: un uomo fragile, duro, umano. Un eroe che cadeva, ma si rialzava sempre. Era il riflesso di milioni di anime perdute. Quando gli diagnosticarono il cancro, cercò cure ovunque, ma sapeva che il tempo era il suo avversario finale. Eppure, fino all’ultimo, non mollò mai. Se ne andò nel 1980, ma il rombo della sua corsa vibra ancora tra le montagne del cinema e i cuori di chi sa cosa significa cercare il proprio posto nel mondo.

6/23/20251 min read

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