Luci nella Milano da bere

“Milano è una città che rinasce ogni mattina, pulsa come un cuore; Milano è positiva, ottimista, efficiente; Milano è da vivere, sognare e godere” Era il 1985, e Milano sembrava una promessa scritta al neon. I palazzi riflettevano il cielo grigio, ma le vetrine brillavano come sogni lucidi. La città correva veloce: tailleur con spalline larghe, cravatte sottili, cellulari grandi come mattoni e l’odore persistente di lacca e speranza. Claudia aveva ventisei anni, lavorava in un’agenzia pubblicitaria in via Turati. La mattina prendeva il tram con i Ray-Ban sul naso e un Walkman nelle orecchie che le suonava gli Spandau Ballet. Paolo, lavorava in banca, usciva la sera con la giacca elegante e un sorriso che nascondeva troppo. Non aveva ancora capito cosa cercava, ma sapeva di volere di più, sempre di più. Sognava un mondo che sembrava alla sua portata, ma ogni tanto, tra una risata e l'altra, si chiedeva se fosse davvero quello che voleva. Ogni giorno era una sfilata di ambizioni e desideri, di uomini in giacca Armani e donne che parlavano di "target" tra un Campari e un sorriso. La sera, il rituale era sempre lo stesso: aperitivo in Galleria o in Brera, tra calici di Martini e conversazioni brillanti. Tutti volevano essere qualcuno, nessuno voleva sembrare povero, triste o stanco. Milano era bella, affamata, un po’ cinica. Una città che ti baciava in pubblico e ti lasciava solo nella notte. Claudia e Paolo amavano quel mondo, ma a volte, tornando a casa, si chiedevano se tutto quell’eccesso nascondesse qualcosa. Forse un vuoto. Forse solo il bisogno disperato di sentirsi vivi. Ma intanto si viveva. Si rideva forte. Si ballava al Plastic fino all’alba. Si credeva nel futuro. Perché quella era la Milano da bere: un sorso di felicità effimera in un bicchiere pieno di sogni frizzanti, bevuti in fretta, prima che svanissero. Una città di corsa, come un cuore che batte troppo forte per paura di fermarsi. Eppure, in quegli anni, Milano era viva come non mai.

6/25/20251 min read

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